GIORDANO BRUNO

Filippo Bruno nacque nel 1548 a Nola.   Ben presto il Bruno iniziò a nutrire forti dubbi su alcuni aspetti della dottrina cristiana, quali la Trinità, già da secoli fonte di ampi dibattiti.  Bruno si allontana da Napoli nel 1576 per giungere fino in Inghilterra – ove insegnò a Oxford – in Germania  e poi, tornato in Italia, nella dinamica Venezia, importante fucina culturale, ospite di Giovanni Mocenigo.  Fu lo stesso Mocenigo a denunciarlo presso l’Inquisizione, nel 1592, forse deluso dagli insegnamenti che si aspettava di ricevere dal filosofo Nolano circa la filosofia iniziatica e magica. Dopo sette anni di carcere, Giordano Bruno fu infine condannato per non essere Cristiano.  Reo di non credere in Cristo e di aver affermato l’infinità dell’universo, fu arso vivo la mattina del 17 febbraio dell’anno 1600.

Bruno fu, in effetti, un importante sostenitore della teoria dell’ universo infinito. Se oggi questo elemento può apparire assurdamente scandaloso, così non era per l’epoca in cui il filosofo Nolano viveva: l’idea di un Uomo inserito in una realtà privata di punti di riferimento terrorizzava la società e l’avrebbe terrorizzata per secoli.

Neppure con Copernico si era giunti ad affermare l’ infinità del mondo: con la teoria copernicana i fulcri della “rotazione” fisica (e dunque mistica) dell’Uomo erano diventati due : il Sole e la Terra. Bruno accetta inizialmente la teoria copernicana, ma solo quale punto di partenza per evolvere in seguito un pensiero ben più ampio e ardito, quello che postula un nuovo modello della realtà e dell’uomo medesimo, quello di un universo è privo di qualsiasi fulcro e, dunque, infinito.

L’infinità dell’universo toglieva potere al concetto di Dio “creatore e ordinatore”, così come a quello di un uomo inteso quale riflesso di quel mistico “centro della sfera”.

L’infinità, posta a confronto con la finitezza, struggeva e toglieva il fiato. Perdeva i pensieri in una claustrofobica e vertiginosa paura dell’assoluto: quell’assoluto a cui il modello cristiano del Dio unico, ordinatore e giudice, poneva confortevole rimedio.

Il pensiero di Bruno mette all’angolo tanto Aristorele quanto Platone e più in generale quel Platonismo che tanta importanza aveva avuto nella storia del pensiero europeo medievale, costituendo le fondamenta della metafisica cristiana.

Estrema evoluzione del pensiero di Bruno è, de facto, una forma pantesimo. In Bruno non c’è una opposizione reale fra immanenza e trascendenza, fra materia e forma: il mondo è Dio e Dio è il mondo.

De Umbris Idearum – Parigi, 1582.  Qui l’Universo è inteso quale corpo unico e organiconel quale ogni ente è specchio di un universale.  Così la mente umana, che ha in sé non le idee ma le ombre delle idee, giunge al Verosolo oltre la complessità fenomenica del reale e delle inter-connessioni che animano, appunto, l’ “organo”.

La Cena de le Ceneri – Londra, 1584. Bruno difende la teoria copernicana per poi volgersi all’idea di un universo infinito privato, come Dio nella sua eternità illimitata, tanto di un centro quanto di un limite, una circonferenza, potendo così contenere in sé infiniti mondi.

De la Causa, Principio et Uno – Londra, 1584. Proseguendo idealmente l’opera precedente. Bruno qui perviene a una concezione animistica.All’idea dell’ “anima mundi” quale forma universale della materia. “Principio formalecostitutivo de l’universo e di ciò che in quello si contiene” è l’Intelletto Attivo  e la materia è  “potenza d’esser fatto, prodotto e creato”. Forma e Materia dunque, benché principi distinti non sono separati. Ne consegue l’immanenza di Dio alla materia e all’Uomo. Non vi è Dio al di fuori dell’Uomo poiché non vi è un “al di fuori”.

De l’infinito, universo e mondi-Londra, 1584. Opera che determina la definitiva rottura fra il pensiero del nolano, Aristotele e il Cristianesimo. “La fede si richiede per l’istituzione di rozzi popoli che denno esser governati”. Universalità, eternità ed illimitatezza. Non vi è Creazione. Non vi è ordinamento teleologico: l’universo è organismo vivente e tale vita si corrisponde a una materia la cui cifra è il perenne mutamento.

De gli eroici furori– Londra, 1585. Se l’universo è infinito e l’oggetto della conoscenza mutevole ed irraggiungibile, l’uomo, che ha come fine la Conoscenza, è tal quale un Eroesospinto dall’eros verso l’oggetto del proprio Amore. Dunque la fusione fra il conoscitore e il conosciuto, sorgente di fugace percezione del Vero, è tal quale un “furore”. Si delinea così la figura del “furioso” – un umano eccezionale,  eroico appunto e superbo. Un lucido folle, sempre consapevole e del suo Agire e del suo Destino. Il Furioso è distinto perciò anche dal“Sapiente”, che pure desidera la verità ma senza il vero Amore – senza l’ardore dell’Eros. Muovendosi nell’incertezza dell’umbratile verità, per il tramite della Volontà, solo il Furioso può dunque pervenire all’atto supremo che è Intuizionedel Vero e del Divino, annullando misticamente la dualità che separa l’osservato dall’osservatore nell’Unità Suprema di tutte le cose.

Link suggeriti:

Giordano Bruno. Un’enciclopedia filosofica, a cura di M. Ciliberto e W. Tega. https://www.youtube.com/watch?v=rlvJg_mzIGQ

Giordano Bruno e la Filosofia del Rinacimento, a cura di M. Ciliberto. https://www.youtube.com/watch?v=FDNqgXmTtIs

 

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